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Olimpia Giusti, studentessa volontaria “Student Programs”

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Taranto 20-22 febbraio 2015

Da lontano la nave sembra immensa. Ci avviciniamo sempre di più, la sagoma si fa più nitida e vicina. Da vicino la nave è ancora più grande, è quasi difficile distinguere la prua dalla poppa. Grosse cime la tengono ancorata al molo. Non ho mai visto niente di simile. Scendiamo dal pullman, fa freddo, il tempo di prendere i bagagli e siamo subito nell’hangar, la pancia della nave. Una distesa di cemento e porte antincendio, 240 metri di lunghezza, mi dicono. Una parte del gruppo, soprattutto l’equipe medica che viaggia con noi, è già stata a bordo. Alcuni scherzano con i militari, altri giocano con il cane, Camillo, che da 14 anni è il custode della nave.

Il giorno seguente, dopo un breve briefing e il saluto del comandante, riceviamo le magliette e ci immergiamo letteralmente nella missione che stiamo per vivere.

Iniziano le visite, le famiglie con i piccoli pazienti si accalcano in un corridoio piccolo e stretto. Armati di peluche e palloncini colorati cerchiamo di distrarre i bambini. Il nostro ruolo è importante: dobbiamo rendere loro questo momento il meno preoccupante possibile.

E poi arriva lui: Inder, giovane creatura di 10 mesi di origini pachistane, il papà vive a Reggio Calabria da 17 anni. Lo accompagnano una giovane mamma che sembra avere la mia età e Angelì, sorellina di 7 anni.

Inder è stato operato di labioschisi bilaterale a soli 3 mesi. In effetti due piccole cicatrici rosse sono visibili sotto il naso. Il bambino ha una particolare luce negli occhi. Insegue con lo sguardo un palloncino e mostra un bellissimo sorriso. Penso che prima aveva naso e bocca uniti e non riusciva a mangiare correttamente. Il sorriso che esibisce ora non è sempre stato così.

Finiscono le visite e la giornata in ospedale giunge al termine. Alle 10 e mezza senza rendercene conto siamo tutti a letto provati dalla fatica e dalle emozioni.

Sabato mattina la sveglia suona presto. Facciamo una breve colazione e alle 8 siamo già vestiti con mascherina, cuffia per capelli e camice verde. Wow, penso, potremo sembrare tranquillamente medici!

Uno ad uno i bambini e le famiglie arrivano di fronte alle porte di vetro che separano il luogo asettico e sterile delle sale operatorie dal corridoio, che fino al giorno prima era invaso da palloncini e peluche. Questo cambiamento è facilmente visibile dagli occhi spaventati dei genitori. Madri giovani, che consegnano la propria creatura nella mani di infermiere che da lì a poco renderanno possibile un miracolo. Nel giro di 3 minuti quel corridoio, che prima comunicava allegria e serenità, si è trasformato in un luogo di ansia e attesa.

Gabriele viene chiamato per primo. È nato con la labioschisi ed è già stato sottoposto a due interventi: 9 anni e 3 interventi, un’infanzia diversa da quella di chiunque io conosca. Gabriele è un bambino forte, sembra sorreggere il papà e la mamma. Si mostra coraggioso: “mi hanno scelto per primo perché sono il più bello”, mi ripete.

Con il camice verde e la mascherina ben salda sulla bocca entriamo in sala operatoria. Seguo gli anestesisti, le concentratissime infermiere che passano ogni tipo di bisturi eseguendo gli ordini precisi dei chirurghi che chiudono palati come se cucissero un golfino. Hanno mani veloci, ma non perdono mai il senso dell’umorismo. L’atmosfera è allegra e leggera, per quanto possa esser possibile. Ed è questa la cosa che più di tutto mi colpisce: qui nessuno è superiore all’altro, non vige nessuna scala gerarchica. Tutti lavorano e collaborano insieme con un unico obiettivo: ridare il sorriso a questi bambini.

 

Anche noi, giovani amici di Operation Smile, siamo considerati sullo stesso piano dei dottori o delle infermiere. Senza nessuna laurea in medicina, senza l’età giusta per stare lì dentro e senza nessuna competenza in materia, siamo anche noi lì con loro. Siamo tasselli di un unico puzzle. I chirurghi ci coinvolgono, ci invitano ad avvicinarci e osservare da vicino l’intervento. La gioia qui non finisce mai. È in atto un miracolo e loro vogliono coinvolgerci il più possibile.

Dopo l’intervento i bambini vengono trasferiti nella sala degenze. In poco tempo sono nel loro letto, con i genitori a fianco. “Metti un cartone animato per maschi”, mi rimprovera Gabriele, quando le Winx ballano e cantano nello schermo della tv. È andato tutto bene, penso.

Ciro ha subito 12 interventi, con oggi è a quota 13. Nei suoi occhi la luce è più flebile rispetto allo sguardo innocente di Inder o di Gabriele. Ciro è lucido, ha 31 anni, capisce la situazione intorno a sé, non ha bisogno di palloncini e peluche per distrarsi. Chiede con voce bassa e timida se questo sarebbe stato mai il suo ultimo intervento. Ci si gela il sangue a sentire le sue parole: ha subito 13 interventi in 31 anni.

E poi Giorgia, la piccola Vittoria, la minuscola Giulia, gli sguardi delle mamme, le lacrime asciugate dai nuovi sorrisi donati. Tre giorni di intense emozioni, fatti di attese, di silenzi e di sentimenti.

Sorrido, Operation Smile fa miracoli, penso.

 

 

“Ogni bambino con una malformazione al volto è una nostra responsabilità. Se non ci prendiamo cura di lui, non c’è garanzia che qualcuno lo farà.”

- Kathy Magee, Co –Fondatrice e Presidente di Operation Smile