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Che cos’è il dentista?

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Federica Maria Valdinucci, Odontoiatra

Quang Ngai, Vietnam, 23 giugno 3 luglio 2016

Non è la prima volta che parto con Operation Smile, sono volontaria da diversi anni ed ho partecipato ad altre missioni internazionali. Questa volta ho avuto il piacere di condividere l’esperienza con altri volontari e amici italiani: Amerigo Giudice chirurgo maxillo-facciale, Roberta Toto e Alessia Adduci anestesiste.

Il primo impatto con un Paese diverso dalla realtà a cui sono abituata, come il Vietnam, mi colpisce sempre come fosse la prima volta. Colori, odori, suoni e caos delle città sono di quel tipo che a noi fanno sembrare di tornare indietro nel tempo, a periodi della nostra storia che non abbiamo neanche conosciuto; i grandi ballatoi all’aperto degli ospedali dove soggiornano, mangiano, dormono pazienti e parenti accovacciati per terra, i piedi scalzi di colleghi, personale e visitatori per i corridoi, i bagni con i bidoni dell’acqua e la ciotola per scaricare, ci fanno pensare al degrado. Invece, basta respirare quell’aria per qualche istante e lavare gli occhi dalla cortina della presunzione, per accorgersi che quello è solo equilibrio con le condizioni sociali e ambientali, che tutto è efficientissimo, minuziosamente pulito là dove serve, che i colleghi sono estremamente competenti, accoglienti e disponibili.

In Missione prende corpo il Team e si lavora tutti in sintonia, ognuno dà il massimo per risolvere un problema o aiutare chi ne ha bisogno anche quando non è previsto, come il collega che mi ha prestato dei suoi strumenti personali che mi sarebbero serviti i giorni successivi.

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Il giorno delle visite le famiglie attendevano il proprio turno in ordine di arrivo. Tutti erano estremamente composti, poche parole e molti sguardi da cui trapelava un misto di curiosità e fiducia. Alcuni genitori non avevano mai visto così tanti medici prima, tanto meno erano passati in così breve tempo da uno all’altro per le specifiche visite preparatorie alla chirurgia. Come dentista, la mia visita consiste nel valutare se vanno estratti denti che possano interferire con l’atto chirurgico e la sua guarigione o se sia il caso di realizzare un otturatore in resina che chiuda il foro nel palato a quei pazienti che non possono essere operati. Non abbiamo poltrona a disposizione, non possiamo fare cure, a meno che non troviamo un accordo con un collega locale che si mette a disposizione.

Selezionati quindi i pazienti “D”, DENTAL, inizio la mia missione.

Il penultimo giorno la caposala mi chiede se posso vedere un ragazzo che non ha schisi, ma probabilmente dolore ai denti e se posso fare qualcosa.  Questo ragazzo, una ventina d’anni, era con il padre: sapevano di essere arrivati molto tardi, la missione era quasi finita, ma venivano da molto lontano, per tratti a piedi e per tratti con i pullman, perché avevano saputo che in città c’erano i dottori che curavano gratuitamente e loro avevano bisogno di aiuto. Quel padre aveva bisogno di aiuto per suo figlio. Guardo in bocca il ragazzo e mi si stringe il cuore, non tanto per la devastazione che vedo, ma per la consapevolezza che non avrei potuto aiutarlo fino in fondo: potevo solo estrarre i denti più compromessi - e causa di dolore acuto - o meglio, ciò che ne restava.  Parlando con l’interprete cerco di spiegare che, anche dopo il mio intervento, era indispensabile far seguire il ragazzo da un dentista, chiedo se e che tipo di assistenza potesse esserci, in che modo si potesse fare, quando vengo interrotta da una domanda secca e precisa del padre: “Che cos’è il dentista?”

Rimango esterrefatta, incredula, interdetta: ma se non sanno cos’è un dentista, perché sono venuti qui? Da chi pensano di essere?  E la risposta mi è apparsa subito chiara: erano venuti dai “dottori”, quelli che curano. A loro non interessava quali e quante specializzazioni avessimo, eravamo i dottori e potevamo curare le persone, nella loro interezza, qualunque organo o apparato fosse compromesso, qualunque fosse il male provato.

Questa consapevolezza da una parte mi ha fatto provare un senso di frustrazione e di impotenza per non poter fare di più, dato il poco tempo a disposizione; dall’altra mi ha riempito di orgoglio, l’orgoglio di essere medico.

“Ogni bambino con una malformazione al volto è una nostra responsabilità. Se non ci prendiamo cura di lui, non c’è garanzia che qualcuno lo farà.”

- Kathy Magee, Co –Fondatrice e Presidente di Operation Smile