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Testimonianze



Testimonianza di Cristina Flavoni, di ritorno dalla missione in Etiopia, luglio 2007

30 Giugno 2007 h. 17.30, dopo un lungo viaggio, finalmente atterriamo a Mekelle.
Mekelle è in Etiopia, nella regione del Tigray, una zona dignitosamente povera.
Tanta gente per strada che cammina e cammina, va in mezzo a muli e cammelli: questa è la prima cosa che mi colpisce.
Ai bordi delle strade gruppi sparsi di persone, talvolta  bambini da soli,  vendono fichi d’india davanti a baracche che per loro sono negozi.
E’ troppo tardi per andare in ospedale, andremo il giorno dopo.

1 Luglio - HEWO Hospital: un posto incredibile, costruito da una coppia di italiani, dove si respira aria di casa.
Iniziano ad arrivare i primi bambini, pochi rispetto alle aspettative, ma in questo momento in Etiopia è la stagione delle piogge e spostarsi, soprattutto a piedi come fanno laggiù, non è semplicissimo.
Bambini incredibilmente belli, con gradi occhi malinconici, non tristi, e un’imperfezione che rovina il loro viso e la loro vita.
Vengono accolti con entusiasmo e affetto dai medici volontari che iniziano a prepararli per lo screening. Alcuni piangono, altri silenziosamente si fanno visitare mentre con gli occhi cercano di essere rassicurati dai  genitori.

Mentre aspettano il loro turno provo a stabilire un rapporto con loro. Tento di catturarne la simpatia con caramelle o un giochino, mi guardano tra l’incuriosito e il preoccupato. Poi, improvvisamente, cade l’invisibile muro che sembrava esistere tra noi e arriva il sorriso, uno strano sorriso che riempie il cuore.
Vengono lavati, vestiti e preparati per il ricovero, con loro resterà sempre un genitore o un parente, costantemente assistiti dai volontari di Operation Smile.
Mi colpisce come tutto qui sia incredibilmente naturale, da noi siamo molto più agitati e rumorosi.

I chirurghi studiano le cartelle, si stabilisce l’ordine degli interventi, l’equipe si divide su due tavoli operatori e via, si inizia.
Mi preparo anch’io. Mi vesto, mi lavo ed entro. La sala operatoria non è come la immaginavo. Pensavo fosse un luogo angusto, invece scopro una specie di palco dove in silenzio, solo musica di sottofondo, tante  mani, in un’incredibile armonia, si muovono per realizzare un piccolo miracolo.

Esco ed incontro i genitori. Li osservo seduti fuori ad aspettare e penso a cosa stanno provando, a cosa proverei io. Preoccupazione sì, non sono vicino a mio figlio e non vorrei che soffrisse, ma la speranza sarebbe più grande di qualsiasi paura e come loro, in silenzio, aspetterei.
Il bimbo esce dalla sala operatoria, in braccio ad un volontario che lo porta in camera.

La magia è compiuta.

I genitori guardano increduli, senza parlare accennano un sorriso, gli etiopi sono un popolo riservato che ha pudore dei sentimenti, ma il loro sguardo parla per loro.
Dopo un paio di giorni ai bambini viene offerto uno specchio per mostrare loro cosa è successo, concretamente. L’incontro con il loro nuovo viso è un momento che resterà impresso nella mia mente per sempre.

E così la storia si è ripetuta, con l’alternarsi di casi più o meno complessi, per 28 volte: tanti sono i bambini a cui è stato regalato il sorriso.
Ad altri bambini, su cui non è stato possibile intervenire perché troppo piccoli (sia di età che fisicamente), è stato dato appuntamento al prossimo anno.
Mi è sembrato di vivere in un film, con tanti attori meravigliosi. Mi sono sentita assolutamente privilegiata.
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